Lo scontro

 

  Si scontrarono casualmente a Milano, in una fredda mattina di Novembre, era il millenovecento e cinquantacinque. Pioveva, Emma era come sempre in ritardo. Cercava un passo svelto nonostante i tacchi alti e un riparo sotto l’ombrello.

  La signora Romolotti sarebbe arrivata puntuale alle prove per il suo abito da sposa, per il rito civile. Il terzo nella sua carriera di seconda moglie e ancora si ostinava a voler essere strizzata in una taglia quarantadue, andata da tempo.

  Andrea camminava spedito nella direzione opposta. L’ombrello era un guscio nero calato fino alla fronte. L’impatto frontale fu un intreccio, di braccia, di gambe, un aggancio di manici rotondi. Si ritrovarono capovolti, a terra, l’una sull’altro, un po’ storditi, imbarazzati e molto bagnati.

  Fu lei a parlare per prima, con la sua caratteristica spontaneità e il suo contagioso sorriso. “Mi scusi, è colpa dell’ombrello: non l’ho vista, mi spiace tanto! Guardi qua il suo abito! Che disastro! Spero che non stesse andando ad un appuntamento importante”.

  Lui la guardò serioso. “Non si preoccupi signorina è tutto a posto. Stavo solo recandomi al lavoro, proprio qui di fronte”.

  I due si ricomposero alla meglio e si congedarono frettolosamente. Tutto sembrava aver ripreso normalmente il suo veloce fluire.

  Emma lavorava presso una prestigiosa sartoria, nella rinomata via Montenapoleone, dove le signore bene della città e le giovani amanti di uomini facoltosi erano solite fare acquisti.

  Emma era bella e raffinata: un tipo tutto pepe. Elegante nel portamento e sobria nell’aspetto.

  “Sei in ritardo, è inutile che ti nascondi nell’armadio, ti ho vista entrare”. La voce, rigorosa, altamente impostata, della signora Rosa, la première, ruppe il silenzio, nella grande sala guardaroba dell’importante negozio di abiti su misura.

  “Mi scusi, mi scusi, ma non è colpa mia, ho avuto un piccolo incidente con uno sconosciuto e ho perso un sacco di tempo”, disse tutta trafelata. Indossò il camice e si diresse entusiasta al suo tavolo da lavoro. Quella seta azzurro cielo, non aspettava altro che il giusto taglio da lei stessa disegnato, per diventare un bellissimo tailleur.

  Era molto brava Emma e, per questo, spesso, i suoi atteggiamenti un po’ ribelli o pittosto moderni per l’epoca, venivano tollerati. Secondo la madre avrebbe dovuto fare l’avvocato, dei diritti violati. Era molto abile nell’incantare con la sua favella ed era sempre pronta a difendere i suoi pensieri. Mai taceva le sue opinioni, anche quando non richieste o peggio controtendenza. Lei era così diretta, e sempre pronta a prendere le parti di chi erain difficoltà.

  Non aveva fatto una vera scuola di taglio e cucito, ma il suo talento e la sua grande passione erano vincenti più di mille attestati. Aveva imparato lavorando e cambiando spesso atelier, per sperimentare sempre cose nuove. Il suo obiettivo era quello di diventare una stilista completa.

  Quando Emma aveva un’idea, per un nuovo modello, ci si dedicava con tutta sé stessa, proprio come un artista con la sua opera. Era simpatica a tutte le sue giovani colleghe, con le quali intratteneva rapporti amicali e sinceri. Nella pausa, per risparmiare, andavano tutte insieme al vicino baretto “Da Luigi”, per un panino, ma soprattutto per raccontarsi e imbastire pettegolezzi sulle clienti, sugli amanti, sui mariti, quelli sulla Romolotti erano sempre i più divertenti, per tutti i retroscena pepati di tanta ostentata eleganza. Un “taglia e cuci” perfetto.

  Anche quel lunedì non fece eccezione, allo scoccare delle tredici, tutte posarono ago, filo e forbici. Tutte, tranne Emma, totalmente concentrata sull’abito. “Dai muoviti è ora di pranzo”, le gridarono in coro, così fu costretta a interrompere il suo lavoro e a seguirle.

  “Avanti Emma, non ci lasciare sulle spine, raccontaci del piccolo incidente di stamattina! O vuoi dirci che è la solita scusa?”, chiese Irma la rossa, canzonandola. “Ma quale scusa: è la verità. Mi sono scontrata con un giovane uomo. Gli sono scivolata addosso e insieme siamo caduti per terra, lui poverino ha avuto la peggio”. Le ragazze risero. “Come ha reagito?”, continuò Irma.  “A dirla tutta non si è minimamente scomposto, non si è arrabbiato ma nemmeno ha sorriso. Gli ho sgualcito l’abito, poverino! Ma era garbato nei modi. Sembrava timido o forse imabarazzato, voleva liquidarmi in fretta, archiviare quel piccolo tornado che si era abbattuto sul suo completo grigio. Era comunque un tipo curioso, alquanto strano. È tutto ora! È soddisfatta la vostra curiosità?”, chiese ridendo, ma consapevole che le ragazze si aspettavano qualcosa di più piccante, per la pausa pranzo.

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